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dome72
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« il: Gennaio 19, 2008, 05:57:32 » |
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Una decina di anni fa comprai un piccolissimo libro chiamato La Cupina, di Francescpo Bellopede. La Cupina, o Paretone è uan contrada martinese. Ho ritrovato sul mio pc ampi stralci di detto libretto: una lettura molto interessante, ve la suggerisco!
Una grande croce di ferro posta su un cumulo di pietre rustiche, entro cui è stata ricavata una nicchia priva però di qualsiasi immagine, segna la diramazione di due strade. La prima prosegue a sinistra e attraverso la contrada Ferrara porta a Ceglie Messapica. La seconda sale dolcemente a destra e, dopo un breve tratto, si immerge nella contrada Cupina. La croce fu collocata nell’anno della Redenzione 1933, durante la missione cittadina dei Padri Passionisti. Queste terre furono strappate ai boschi e alla roccia con grande fatica dai nostri padri e furono rese coltivabili a vite. I nostri contadini seppero livellare le alture, costruendo muri a secco, “parapaule” per trattenere il terreno; impararono la nobile arte della zappatura a vespaio che potesse convogliare la poca acqua delle rade piogge primaverili ed estive direttamente intorno a ceppo della vite ed elementare, così, le radici delle vite stessa -? La famiglia contadina viveva così la sua vita tutta dedicata alla cura della propria vigna, attenta alle perturbazioni atmosferiche ed ansiosa di vedere inondarsi i grappoli di “VERDECA” e di “BIANCO di ALESSANO”, uve tipiche delle nostre zone. Predominava, quindi, la monocoltura. Ovunque erano distese di vigneti. Se l’annata andava male per una gelata od una grandinata, le numerose famiglie della zona si ritrovavano sul lastrico, come avvenne in occasione della indimenticabile grandinata dell’11 giugno 1934. Erano poche, in questa contrada, le famiglie contadine possidenti, oltre ai nobili proprietari delle masserie circostanti. Le famiglie contadine più fortunate possedevano non più di quattro o cinque ettari di vigneto, fondi situati i più delle volte a notevole distanza l’uno dall’altro. Tra le famiglie più ricche sono da ricordare gli OLLIVIERI, i CARBOTTI, i CASSANO e i FUMAROLA. Le restanti famiglie possedevano piccoli appezzamenti di terreno sempre coltivati a vigneto e, poiché si trattava di famiglie numerose, nella migliore delle ipotesi, trovavano massari disponibili a cedere piccoli fazzoletti di terra da dissodare e da coltivare a fave o cerali. Il raccolto che si otteneva veniva spartito in modo uguale tra il contadino e il massaro (fondo a “LAPART), all’insaputa o con il consenso del proprietario della masseria, che, comunque, vedeva migliorare le capacità produttive della propria azienda. Tra i massari (i quali pagavano un affitto al proprietario per poter coltivare la masseria) e i contadino o braccianti, dunque, non intercorrevano rapporti certamente idilliaci ed i contratti verbali di comodato non superavano mai la durata di un anno. I contadini si sentivano sfruttati, ma nulla potevano fare per riscattarsi da una così dura condizione.
Gli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale furono anni duri e di miseria. Arrivò la guerra e con essa le condizioni della gente peggiorarono. Molti giovani partirono per le armi, per la guerra d’Africa prima e per la seconda guerra Mondiale poi ed alcuni di essi non fecero più ritorno. Ne è testimone il monumento sul strada del “PARETONE” dedicato a Donato MONTANARO, caduto in terra d’Africa, ed eretto nel 1936 col contributo dei familiari e dei amici che frequentavano la scuola serale, situata in un trullo di proprietà dei MINARDI a breve distanza dal luogo su cui poi sorse il monumento stesso.
Gli amici del dopoguerra anche se le nostre zone non furono toccate minimamente dai bombardamenti e dalle distruzioni, continuarono ad essere caratterizzati da duri sacrifici e da lotte per uscire dalle condizioni di miseria. Quasi nessun abitante della Cupina abbandonò la propria terra; i reduci tornarono alle loro case e, animati dalla speranza nella vita, ritornarono a lavoro dei campi. I giovani formarono nuove famiglie dando vitalità e forza alla contrada. Il ricordo dei tempi difficili iniziò a divenire sempre più labile ed esso si sostituì il desiderio di riscatto economico, sociale ed umano. Fu in quei anni che, accanto ai vecchi trulli o in poderi che ne erano privi, sorsero alcune nuove costruzioni, le cosiddette lamie. I giovani nati negli anni Trenta e Quaranta ricevettero un grado d’istruzione molto basso. Solo alcuni frequentarono la terza elementare regolarmente; molti, invece, costretti ad andare a lavorare nelle spietrature dei campi (vignali) e nel trasporto della terra dalla valle in collina, completarono l’obbligo scolastico nelle scuole popolari serali. Nella mente e nel cuore dei cinquantenni della contrada resta la figura indelebile del maestro Egidio GENTILE. Tanti altri maestri si sono avvicendati nell’insegnamento dei ragazzi della contrada e la sede scolastica si è spostata sempre da un trullo all’altro, ma nessun altro maestro ha lasciato un segno così alto della bravura e della stature morale del Professore (così amava faresi chiamare anche se era solo un maestro elementare) GENTILE. Imponente nel fisico (era alto m. 1,90 circa), tanto da essere temuto dai suoi scolari più discoli, ma di animo nobile e generoso, ha infuso in qualche giovane della contrada la voglia di avventurarsi negli studi superiori.
Martina ha tante vite, quanto sono le contrade. E ogni contrada ha le su tradizioni. Tradizioni arcaiche, ma intense e genuine, in cui il rapporto uomo, terra e cielo è totalizzante. Nella contrada c’è l’autenticità aspra del mondo contadino, tutto portato a celebrare il lavoro come norma di vita, dove c’è il senso del passato da trasmettere con orgoglio, in pienezza di ricordi, riti, di destini.
La sfida di Leonardo FUMAROLA non era un atto blasfemo, ma divorante certezza integrale del sacro, tipica di chi vive in comunione con la natura. Un tempo il rapporto uomo cielo era molto sentito. Il cielo era riferimento obbligatorio per il lavoro e la produzione. Sui movimenti apparenti della luna una si regolavano tutti gli interessi, le attese e le incombenze, la medicina e la mantica, le stesse anticipazioni degli eventi, ordinari e straordinari. Ricordare questi riti e questi miti è un gran bene. Sono squarci di esperienze vissute e sofferte che non vanno rimossi dalla coscienza, ne dalla memoria storica.
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